D: Parlando di cose più leggere: come la fa sentire l’avere un “Bobo” in comune con Craxi?
R: E’ una battuta che ho fatto spesso. Prima, quando mi presentavano dicendo “ecco il padre di Bobo”, io rispondevo “Non facciamo confusione, il papà di Bobo è un altro, io sono l’autore di Bobo.
D: sul libro “Prima pagare poi ricordare” di Filippo Scozzari, l’autore dà un giudizio molto
negativo di lei. Come risponde a chi la definisce “un poveraccio”?
R: Il libro lo ha letto mio figlio, che è un grande cultore di fumetti. Fu lui a farmi notare questa cosa. Non gli ho dato peso, non era la prima volta che Filippo lo faceva. Non so neppure il motivo. Io sono entrato nel mondo del fumetto a 39 anni, Ho fatto tante cose prima, l’operaio, l’insegnante, l’architetto. A 39 anni io iniziai raccontando una serie di vicissitudini personali. Mandai i miei lavori a Del Buono e immediatamente mi trovai su “Linus”. La cosa, posso capirlo, può suscitare molta invidia in chi per tutta la vita manda vignette qua e là e non viene preso in considerazione. Io non so neppure disegnare bene, non sapevo le tecniche del fumetto. All’inizio i miei disegni erano molto ingenui, non sapevo bene tante cose, come le inquadrature, per esempio. Sono cose che ho imparato dopo andando avanti nel lavoro. Nell’ottobre del 1980 vado religiosamente al Comics di Lucca e trovo un cartello, fatto da Filippo, con delle cose mie e sopra la scritta “Staino: una vita sprecata per il fumetto”. Io risposi su “Linus” che una vita sprecata va bene, ma per il fumetto era davvero troppo, visto che avevo 40 anni e avevo cominciato l’anno prima. Ma lui ha sempre avuto questo rapporto con me molto polemico.
D: I grandi autori del fumetto difficilmente prendono in considerazione nuovi autori. Lei, invece, ha dato agli emergenti la possibilità di essere pubblicati, mettendosi in discussione e “creandosi della concorrenza”…
R: Mi dici una cosa molto bella. Ho notato, avendo frequentato anche l’ambiente cinematografico, la differenza di ambiente. Tra i fumettari – a parte Filippo – io ho trovato una grande simpatia reciproca. Sarà stato anche perché io in questo mondo sono entrato molto tardi e, quindi, la prima cosa che ho fatto dopo essere diventato un po’ famoso, è stata quella di farmi un giro tra tutti quelli che io adoravo e che c’erano prima di me: Altan, Chiappori, Forattini. Anche se poi quest’ultimo è stato quello che mi ha più deluso, era abbastanza scostante. Gli altri sono stati tutti molto fraterni. Quando ho pensato di fare la stessa cosa nel cinema – perché per me era normale parlare bene di un film di Scola se mi era piaciuto o di un attore se aveva recitato bene – apriti cielo! A Cinecittà tutti parlano male di tutti, si odiano, godono dei flop dei film dei colleghi, anche perché magari così per
il tuo film le sale si riempiono. Per noi fumettari non è così, perché il successo di uno può trainare anche gli altri. Quando Forattini su “La Repubblica” iniziò a far parlare di sè, per tutti gli altri fu una fortuna, perché tutti i giornali si guardarono intorno alla ricerca di un vignettista. L’altro aspetto è il mio essere meridionale. Io sono metà fiorentino e metà lucano (papà era di Stigliano). Ifiorentini hanno degli aspetti positivi – sono anarchici, colti e politicamente preparati, oltre che mai servili con il padrone – ma anche aspetti negativi: sono molto chiusi, autoreferenziali e supponenti. E qui interviene il mio essere meridionale. Ho voglia di stare con gli altri e l’idea di avere un gruppo di giovani che mi sostiene, che mi aiuta è bellissimo. Ci penso quando vedo Luttazzi, i fratelli Guzzanti, la Littizzetto, Michele Serra, tutta gente che è passata da me. “Tango” era anche loro.
Ultima domanda: lei ha parlato del suo “Bobo” come del paperino italiano. L’impressione,
invece, è che l’umorismo di quel suo personaggio abbia più chiavi di lettura, un po’ come
quello di Woody Allen. Riesce, quindi a essere inteso sia dal salumiere sia dalla persona
impegnata in politica.
R: Mi fa sorridere l’accostamento a Woody Allen, perché un anno un membro della Sinagoga di Livorno voleva convincermi ad aderire all’Ebraismo per convertirmi.
In collaborazione con il quotidiano della satira