Parla Giovanni Angeli,curatore del blog del Corriere della Sera “Il riso degli angeli” La censura? In Italia non esiste
Quando parli con Giovanni Angeli senti l’odore di Toscana da lontano. Di quella Toscana da antologia, ricca di persone allegre, ironiche, sarcastiche. Angeli è un degno rappresentante della sua terra, nonostante da anni sia trapiantato a Milano. “Non riuscirete
a scrivere neppure trenta righe su questo perfetto sconosciuto”, annuncia. Ma poi si racconta per un’ora intera, prendendosi in giro,
scherzando e ridendo di tutto quello che è il suo passato e il suo presente. Con umiltà, ma anche con competenza, racconta di quello
che era la satira prima degli anni Novanta e di come è adesso, nell’era dei blog. Dallo scorso gennaio è a lui affidato il blog del Corriere della Sera “Il riso degli angeli” (risodegliangeli.corriere.it/).
Parlaci un po’ di te: quando hai cominciato a occuparti di vignette e satira?
«A differenza di chi lo fa di professione, io lavoro per il Corriere della sera e, per hobby, mi occupo del blog. Lavoro per conto dei
giornali dal 1988-89».
Non sei una signora, quindi possiamo chiedertelo: quanti anni hai?
«Ho 44 anni compiuti, suonati. All’età di 26 anni ho cominciato a lavorare nei giornali in qualità di (udite, udite) vignettista. Facevo
vignette per un quotidiano locale, “Il Telegrafo di Livorno”, che aveva aperto i battenti per l’occasione e che li chiuse un anno dopo. Lì c’era un direttore che voleva lanciare il giornale e mi chiese di fare vignette. Io già facevo fumetti, disegnavo. Ma facevo l’università, mi divertivo, non è che lo facessi per professione».
E non ci pensavi neanche di farne una professione…
«Ma figurati! Vivevo a Montevarchi, in provincia di Arezzo, che è il posto dal quale provengo. E in quei posti non ci sono sbocchi
di questo genere. E nemmeno immaginavo di andare a finire poi a Milano. Insomma, comincio a collaborare con questo giornale e mi
comincio a interessare di infografica, ovvero informazioni rese in forma grafica. Si tenga presente che era il 1988, ancora non c’era
niente, tanto è vero che le tabelle le facevo con i letraset (sistema di caratteri trasferibili su foglio, ndr)».
E quanto ci mettevi per fare un solo disegno?
«Le mezze giornate! E se c’era un refuso c’era da spararsi, dovevi andar lì con la lametta. Il Mac è arrivato nel 1990-91. Quindi negli
anni precedenti i vignettisti dovevano disegnare a mano, con il pennino, e poi dopo con i letraset dovevano inserire i dati. Per
esempio: l’andamento delle nascite nella provincia di Livorno. Tu disegnavi la signora con il pancione e sul pancione disegnavi
l’andamento delle nascite. Io contemporaneamente dovevo disegnare la vignetta per la prima pagina e un paio di volte hanno anche
tentato di linciarmi».
Ma allora è un vizio la provocazione per voi vignettisti!
Ma se non si fa così…non ci si caga nessuno! O ci vai giù pesante o non ci prendono proprio in considerazione. Comunque, il giornale poi non andò benissimo, anzi andò abbastanza male, anzi chiuse».
Poteva andare peggio?
«Per dirla proprio tutta: andò a scatafascio! Si fanno investimenti, spendi e spandi per un anno e poi non hai neppure gli occhi per
piangere. Chiuso il giornale a Livorno, il mio direttore si trasferì a Milano. A “Il Giorno” stava andando via un grafico e lui mi chiamò. Così io mi inventai grafico. Ero smanettone, e avendo ormai un po’ di esperienza su come si faceva il giornale, mi inventai grafico e iniziai la mia avventura a “Il Giorno” di Milano. In Toscana io abitavo in uno di quei paesini di vacanza, dove d’inverno ci sono tre persone, di cui una ero io. Da un giorno all’altro mi sono trovato proiettato in una realtà come quella di Milano. Ti puoi immaginare in che condizioni psicologiche ero».
E come sei sopravvissuto?
«Come dice la mi moglie: “l’erba grama non muore mai”. Qui a “Il Giorno”, tra l’altro, sono riuscito poi a diventare anche giornalista
professionista, perché ai grafici facevano il contratto di lavoro da giornalista. A “Il Giorno”, io facevo il redattore, impaginavo. “Il
Giorno”, in quegli anni era indecifrabile… titoli annodati tra di loro con le frecce…una cosa incredibile! Poi Paolo Liguori chiamò Mauroni a cambiare la grafica del giornale. Io ho lavorato con lui, un’esperienza straordinaria: in due mesi ho imparato cose che mi
sono rimaste poi per tutta la vita. Poi scappai via da “Il Giorno”, con il direttore, Paolo Liguori (con cui io mi sono trovato benissimo, credo di essere una delle cinque persone al mondo che lo apprezzano) e mi sono trovato a lavorare in un settimanale cattolico. Solo per un paio d’anni, però, perché poi anche questo settimanale fallì».
Ma non è che porti un po’ di sfiga?
«Forse sono io, ora giro infatti con la zampetta di coniglio! Comunque da allora ho deciso di mettermi in proprio. Ho iniziato con un piccolo studio, in cui facevo infografica. E uno dei clienti era proprio il Corriere della Sera. Nel frattempo ho fatto altre cose con vari giornali come “Il Foglio”. E poi c’è l’elefantino di Ferrara. Quello l’ho disegnato io! Dopo un mesetto che era partito “Il Foglio”, Giuliano mi chiede un animaletto per firmare i corsivi. “Una cosa piccola piccola, mi raccomando, tipo un elefante”. E io gli feci quell’elefantino che è poi diventato un marchio storico. Con il mio studio producevo infografica e illustrazioni, ma ancora non c’erano le vignette. Quelle sono rimaste ferme dieci anni. Poi qui al Corriere ci fu la possibilità di trasformare quella che era una semplice collaborazione in qualcosa di più serio, perché dopo un po’ mi assunsero. Entrai nel 1997. Feci tre anni all’impaginazione del quotidiano. Una roba complicatissima, perché il Corriere è un grande giornale, ma è anche una cosa delicatissima. Per impaginare il pezzo di un collega lo devi conoscere bene. E’ tutta una questione di equilibri».
Ma ci sei entrato da redattore al Corriere?
«Entrai da redattore e ora sono niente poco di meno che vice redattore capo. Un attimo che lo ripeto: vice redattore capo. Dal
2000 ho cominciato a lavorare per internet. Nel 2000 è nato “Corriere.it”».
Fine prima parte